“Le Rane” di Aristofane: i ragazzi del KERKÍS divertono all’Osoppo

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Lo spettacolo dei giovani interpreti riporta in scena la grande commedia classica, con tanto di curioso imprevisto

Sabato 9 Marzo 2024 al Teatro Osoppo di Milano è tornata in scena la divertente commedia greca arcaica “Le Rane” di Aristofane. A regalarla in modo originale al divertito pubblico sono stati gli attori della Compagnia Teatrale KERKÍS, anche Associazione no profit impegnata da anni a far rivivere il teatro antico greco e latino. Introdotta dalla Professoressa Elisabetta Matelli, anche Presidentessa dell’Associazione, l’adattamento dell’opera di Aristofane brilla fra costumi, immagini d’impatto e grandi capacità regista e recitativa. I personaggi protagonisti, Dioniso e il servo Xantia, interpretati da due attrici estremamente espressive, appassionate e, come consono ai ruoli, allegre e compiaciute, riescono a far sorridere il pubblico, partecipe, che scoppia in una se possibile, ancor più grande risata con l’arrivo e il costante “battibecco poetico” dei due grandi tragediografi scomparsi Euripide ed Eschilo. Lo scambio di ruoli del dio protettore del teatro e del suo servo, ripetuto e in qualche modo, secondo i personaggi, resi comici nella loro natura, si riflette nello scambio dell’agone, il contrasto verbale fra i due grandi tragici. Aggiunge all’insieme una considerevole nota poetica e visivamente di piacevolissimo effetto, la colorata scenografia di Dino Serra.

Lo spettacolo con “fuoriprogramma”

La scena si apre illuminando i protagonisti Dioniso e il servo Xantia, appesantito e infastidito dal grosso peso sulle spalle, portato a sua volta a carico di un mulo sconsolato. Il loro battibecco farsesco introduce l’opera nella sua ironia. Rappresentano l’archetipico contrasto padrone e servo, che fin dall’inizio sfondano la quarta parete, con immediata e positiva risposta degli spettatori.

La recitazione e la capacità di gestire il tempo in maniera sincrona ed armoniosa, pur non naturalistica, si adatta perfettamente al grottesco della trama. Il ritmo è difatti, calzante, coinvolgente. Regia e attori si muovono per lo spazio presente come fossero un suo ampliamento ideale, i dialoghi rispettano i ritmi molto serrati, a tratti anche volgari, della commedia originale e, come già in molti altri loro spettacoli, aggiungono canti e balli del coro, che si rifanno agli usi dell’epoca compositiva. Come anche l’uso del trucco di molti attori senza maschere, a differenza del coro di rane, l’elemento più misterioso dell’intera opera. Caronte, traghettatore di anime, è il personaggio più mostruoso, e l’aldilà è immaginato come un riflesso della realtà terrena. Il secondo coro è quello degli iniziati, richiamo ai misteri eleusini e al culto di Demetra. Questo è presente più a lungo in scena e si esprime in modo critico verso la società ateniese, ormai accusata di aver ceduto a cupidigia e scambiato virtù e ideali con immoralità. Tante le risate con gli equivoci fra i continui scambi dio-servo, che finiscono con l’essere riempiti di botte proprio per la forma di comico egoismo e mancato coraggio per un peccato commesso proprio da colui nel quale si travestono, funzionalmente e furbamente. I personaggi, volutamente leziosi, che subentrano aumentano l’attenzione a visione e osservazione. L’arrivo dei grandi tragici che questionano in maniera vivace, estremamente comica su chi sia il migliore fra loro, considerato l’animo “pacifista” di Sofocle, è un godimento. Il “processo”, con tanto di bilancia di cui Dioniso, finalmente dimessi i panni di un altro, è giudice, fa lieto spazio, di nuovo, a riso e riflessione. Il finale è il rovesciamento del suo intento nostalgico. Il viaggio salvifico lo rende, a modo suo, ardito. Il suo goffo e imperioso percorso per il ripristino della lirica è un’esortazione al ritorno all’essenzialità delle qualità umane virtuose, con il giusto peso alle parole e alle parole ben spese, sulle quali rifondare la realtà. Il gruppo e lo spettacolo sono talmente ben coordinati da aver gestito benissimo un imprevisto durante l’epico scontro fra Eschilo ed Euripide. All’interno dell’Osoppo è scattato l’allarme per la presenza del fumo in scena. La sensazione però è stata quasi quella di un inserimento voluto e suggerito. Senza perdersi d’animo né di spirito, i ragazzi hanno pazientemente aspettato che i controlli necessari fossero effettuati, applauditi e rinvigoriti dai presenti del pubblico. Che è rimasto seduto, senza troppo scomporsi né scomodarsi. Un vero coup de théatre!

La trama

La commedia in origine andò in scena e vinse alle Lenee, feste ateniesi invernali dedicate a Dioniso, nel 405 a.C. La trama è bizzarra e strutturata in due distinte parti: la prima vede protagonisti il dio Dioniso e lo schiavo Xantia, che devono affrontare un viaggio verso l’Ade, e la seconda contrappone alle loro divertenti discussioni quelle altrettanto farsesche fra Eschilo e Euripide. Dioniso, dio al quale il teatro e le sue origini erano strettamente correlate, è rattristato dall’assenza di personaggi in grado di produrre componimenti ricchi di genio e profondità lirica dopo la dipartita della triade tragica canonica, composta da Eschilo, Sofocle e Euripide. Per quest’ultimo apparentemente simpatizza, e crede che riportarlo in vita a seguito della recente scomparsa, pressoché contemporanea alla morte di Sofocle (406 a.C.), sia il solo modo per salvare la tragedia. Per farlo, deve dunque accedere all’Ade. Decide di indossare sopra ai suoi abiti consueti una pelle di leone e una clava, travestendosi chiaramente da Eracle, confidando di intimidire gli abitanti degli Inferi come il semidio medesimo. 

Prima di iniziare il viaggio la coppia comica insieme ad un asino sconsolato dagli stessi fa visita all’eroe. Eracle aveva affrontato la discesa e il ritorno dagli Inferi benché vivo, dopo aver sottratto Cerbero ad Ade in una delle sue fatiche.

Inizialmente, l’eroe ride dei goffi personaggi, soprattutto per la natura androgina del dio che ha preso le sue apparenze pur senza, ovviamente le sue caratteristiche prestanti. Dopo alcuni riferimenti alle imprese dà loro alcuni consigli sulla strada da (non) intraprendere, ovvero il suicidio come prima modalità “semplice”. Racconta delle sue imprese e nonostante reticenze, perplessità dell’asino col quale viaggiavano, Dioniso col servo furbo e volgare sono costretti a separarsi per un punto, a ridosso dello stagno della palude stigia. Xantia dovrà aggirare la palude a piedi, mentre lo spaventoso traghettatore di anime Caronte accetta di trasportare sulla sua barca il dio pavido. In quel momento, corrispondente a quello della paròdo, incontrano delle rane cigno che gracidano a gran voce (celebre il “brekekekex koax koax”). Il loro canto è in realtà rivolto al dio stesso, che però esse non riconoscono, poiché veste i panni di un altro. Quest’ultimo s’innervosisce al punto di imitarle seccatamente e farle così smettere. Sceso dalla barca, Dioniso si riunisce col servo per giungere all’ingresso dell’Ade, dove incontrano diversi personaggi. I primi compongono il coro di iniziati: anime mistiche, invocano Iacco, ovvero Dioniso medesimo, che nuovamente non riconoscono per via delle vesti. Si ripete ovvero la situazione di poco prima con il coro di rane. Al gioco dei fraintendimenti si amplia con il divertentissimo non riconoscimento fra il portinaio degli Inferi e il protagonista: Eracle ha fatto infuriare Plutone e Eaco suo guardiano per il furto del cane a tre teste. Intimorito dalle minacce, Dioniso impone a Xantia di scambiare questa volta i loro vestiti, in modo che il misfatto (e le notevoli quantità di “botte”) ricada sul servo. Accade poi lo stesso con altri personaggi che mal accolgono e, anzi, aspettano Eracle anche per i banchetti predati (altra caratteristica mancata del protettore del dramma greco è la fame epica ed eroica). Fedelmente riportati dai sapienti e allegri interventi degli attori, segue l’altro scambio di abiti fra i due personaggi principali che a suon di accuse reciproche, ironia, scuse campate e scariche di punizioni, finalmente chiariscono l’equivoco. Da questo momento, le ambiguità sono concluse, e Dioniso riprende ruolo e missione, il ritorno terreno di Euripide. 

Egli però è alle prese con una grande lite intavolata non con il recentemente scomparso Sofocle, che lo stesso Aristofane ritiene troppo pacifista, ma con Eschilo, padre della grande tragedia attica. I due si contendono il trono come migliore tragediografo di tutti i tempi. (Emerge con evidenza quanto l’autore, nonostante l’esordio anche delle “Rane” di Dioniso appaia rimpiangere le opere di Euripide, per  il loro intensificarsi delle emozioni umane, predilige implicitamente Eschilo. Così ci si avvia al ribaltamento d’intenzioni nella storia…)

Dioniso, nuovamente in possesso del suo ruolo nel teatro è chiamato ad essere giudice fra i due. L’agone fra i due è un continuo e bizzarro continuo. Euripide accusa Eschilo di utilizzare versi obsoleti, oscuri e complessi, mentre il vecchissimo poeta polemizza con l’altro per il modo in cui la scelta di portare personaggi non virtuosi e più comuni, introspettivi, abbia contribuito al decadimento sociale. Di nuovo Euripide menziona i luoghi comuni e la “pesantezza” dei versi di Eschilo, che replica con la grandezza dei suoi personaggi delle tragedie, contestando di rimando quelli dell’oppositore.

Il battibecco continua fra prese in giro a vicenda, caricature dei prologhi monotoni di Euripide nei confronti del rivale. Eschilo invece reputa tanto colmi di fronzoli musicali prevedibili da finire con la perdita di una boccetta. (Molto fantasiosa la ricca collezione di oggetti di scena).

Uno spettacolo parodico in uno spettacolo comico sorprendentemente (con aneddoto del fuoriprogramma) perfettamente riuscito fra parodie e liriche che insinuano il riso di tutti.

Entrato in crisi rispetto alla posizione iniziale di tornare con Euripide, senza sapere come porsi di fronte alle valide motivazioni di entrambi, il dio decide di trovare una soluzione ingegnosa: un’enorme pesa sulla quale, uno ad uno, citare dei versi per comprendere il valore, il peso degli stessi. Chi dei due darà il consiglio migliore per riportare Atene ai suoi splendori sarà il vincitore. Ed è così che quello del primo grande tragediografo riesce a trionfare, nonostante la stizza di Euripide. Dioniso giustifica la sofferta scelta con una risposta che gli torna a dare grande lustro, dopo aver menzionato il doloroso episodio delle Arginuse e un suo stesso verso, ponendo un’essenziale e profonda domanda su vita e morte. Senza scordarsi di affidare il suo trono a Sofocle, sottolineando come non affidarlo mai all’altro, Eschilo è libero di tornare con il duo iniziale.

  Il grande e spassoso susseguirsi di aneddoti, gli intermezzi, gli spasmi, i dialoghi e le riflessioni dei cori, con gli iniziati quali riferimento ai misteri eleusini, culto mistico che celebra la dea

Demetra, sono il trait d’union dell’intera trama, che mantiene le unità comiche e la sua essenza vitale, surreale e poetica per tutta la vicenda. Dall’auspicabilità 

di un ritorno di un immenso poeta per un bizzoso capriccio divino, si finisce a denunciare malessere sociale, doloroso dramma storico. E quello stesso lascivo, quasi debosciato personaggio si riappropria di un’identità più ampia. Tanto da far trasparire quanto la trasmissione di valori antichi eppur pratici risulti essenziale attraverso la tragedia permetta di tornare alla salvezza della polis. 

Impossibile non ripetersi negli applausi finali per la grande prova di talento, competenza e irriverenza.

Il contesto storico ateniese: battaglia delle Arginuse e processo agli strateghi

Per comprendere per intero lo spirito di opera e adattamento è importante conoscere, almeno in parte, il contesto in cui si inseriva la commedia achaia (antica).

Come spiegato dalla Matelli inizialmente, “Rane” è scritto a ridosso della lunga Guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta. Atene, che era in grande difficoltà e tumulti, prese la decisione senza precedenti di reclutare membri delle classi più elevate, normalmente nelle schiere di fanterie, e soprattutto schiavi, ai quali vennero concesse in cambio libertà e cittadinanza. 

Grazie agli sforzi condivisi nel 406a.C, la flotta attica vinse la battaglia navale delle Arginuse, ma a carissimo prezzo: moltissimi marinai greci morirono dopo una tempesta per la quale furono in ogni caso ritenuti responsabili i generali. Come la Matelli invita a vedere presentando l’opera, il Kerkís  aprirà le porte al pubblico proponendo il “Processo simulato per un mancato soccorso ai naufraghi del 406 a.C.”, intentato dalle autorità democratiche ateniesi agli strateghi vittoriosi, il 15 Aprile 2024 al Teatro Pime di Milano. 

L’episodio ebbe grande eco e aggiunse riflessioni, scontri etici in tutta la società. Di lì a poco si susseguono poi quattro forme di governo: all’antica democrazia subentrò il regime oligarchico dei Quattrocento, velocemente sostituito dalla costituzione dei Cinquemila cittadini, che venne a sua volta soppressa nel 410 dal regime democratico del Consiglio dei Cinquecento.

La riattualizzazione del mito che mai stanca 

La domanda che si rinnova storicamente, in periodi quantomai delicati, ricchi di tematiche belliche sui tavoli di politici, soldati, assoldati e civili, della deriva della morale umana, esattamente come quello che stiamo attraversando, è “semplice” e potente, ed emerge in tutto lo spettacolo: in tali momenti dai sentimenti contrastanti, a quali valori aggrapparsi per salvarsi e risollevarsi? Per l’autore la risposta è nella letteratura, nella ricerca di una tragedia capace di trasmettere valori morali forti, e dalla capacità della riflessione data dalla parola? 

Le Rane è, infatti, un’opera totalmente capace di attualizzarsi, caratteristica tipica del teatro Aristofaneo, che non stanca mai nelle sue rappresentazioni e nel suo tornare in vita, regalando ironia sagace, svago, senza dimenticare la sua visione che, implicitamente, torna a ribadire. 

Commedia che conta più di 2400 anni di storia, la capacità di trama, dialoghi sul presente e sul futuro sono la chiave per una ripresa in scena che, senza apparenti e sapienti sforzi, trascina in un’assenza di tempo “reale”, onirica e fantastica. Senza far venire meno il punto focale della stessa e di ciò che essa insinua negli spettatori. 

Un po’ di poesia, in un contesto pur divertente, e l’arte, solo la bellezza dell’arte, potrebbe essere forse ancora la chiave per salvare un modo che, oggi come allora, ci fa sentire in balìa di eventi tristi, cupi e instabili per il futuro prossimo. E quei colori vividi, carichi di emozioni, che i ragazzi portano fieri e velatamente sardonici, ci fanno percepire quanto il nostro essere vivi, esattamente ora, può darci lo spiraglio per modificare almeno ciò che possiamo. Con ironia, gioia, carattere, vivacità cromatiche, e con il cuore. Perché per cambiare il mondo non occorre sempre un grande gesto lontano e vago, ma basterebbe iniziare dall’essere e mostrare la versione migliore di sé. Che sia “solamente il modo” non sta, a me che scrivo, giudicarlo. Ma può essere uno di quelli perché  la poesia sia più vicina e vera. 

Lo evidenzio perché mi è stato espressamente chiesto di essere “cattivissima” durante l’analisi e il commento all’intero spettacolo. Con l’imprevista interruzione e la conseguente somma di sgomento, incredulità, dubbio, risate e fiducia reciproca fra presenti in sala e sul palco, non posso che esortare a seguire questo gruppo coeso che come l’opera ispira, nel punto di “baratro scenografico” quale un non breve stop causato dall’esterno, ha colto l’essenza nel non demoralizzarsi per l’accaduto e anzi ritrovare con sagacia e diletto il punto di unione di reincontro, fra tempo teatrale, contestuale e vitale.

Aggiungo con orgoglio che quel sentirsi più vicini e veri, è decisamente il carattere del teatro. Che  riflette, verosimilmente ci riflette, ci insegna e ci sorprende.

Esattamente come il teatro. 

Esattamente come gli interpreti del Kerkís.

I prossimi spettacoli di Kerkís saranno “Le Baccanti” di Euripide e “Lisistrata” di Aristofane, a partire dal 16 Maggio 2024 presso i Teatri milanesi PIME e nuovamente OSOPPO THEATRE VALENTINA CORTESE.

Per info: http://www.kerkis.net

A cura di Veronica Fino


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Una replica a ““Le Rane” di Aristofane: i ragazzi del KERKÍS divertono all’Osoppo”

  1. […] attraverso i suoi eccellenti attori e attrici. Spaziando fra la commedia arcaica e irriverente di Aristofane, quella più nuova con Menandro, Plauto e Terenzio, e la grande tragedia greca, fino ai processi […]

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