Caro Signor Armani, io La ricorderò sempre come un uomo gentile

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Giorgio Armani in boutique, Milano. [Photo: Armani Archives]

Il Re non c’è più. Giorgio Armani si è spento ieri, nella sua Milano, circondato dai suoi affetti più cari. Affetti che lui stesso ammise di aver capito fossero indispensabili, oltre all’indispensabile lavoro, quegli da cui esortava di tornare a un certo orario, al rientro a casa.

Innumerevoli sono le testimonianze, doverose e più spontanee, di affetto per un genio indiscusso della monda. Quella che è riuscito a cambiare e rivoluzionare, in questi 50 anni di carriera e amore per l’eleganza.

Le sue collezioni sono state frutto di studio, sacrifici, artigianalità, dedizione e innovazione, senza perdersi mai ciò che era il suo stile. Essenziale, perfetto, selettivo, senza tempo.

L’ho ammirato per la sua capacità di essere un grande stilista (la parola si deve a lui), di essere simbolo di italianità, di rispetto per gli animali che molto ha amato. Per il suo modo di essere se stesso in quel caos del jet-set che contribuì a vestire -non tutti, per sua scelta molto rigorosa, come ogni aspetto della sua vita. Fuori dagli schemi per chi viveva fuori dagli schemi. Niente alcol, niente droga (salvo una prova con un “mai più” a seguire), niente chirurgia estetica e sprechi. Niente animali massacrati per le loro pellicce e limite di orpelli negli abiti nonché nelle sfilate iper costose senza altro che spettacolarizzazione, con poca essenza e molte date aggiunte sul calendario. Puro nel suo talento, schietto e schivo, l’amore lo ha sempre custodito, dove conta, e non esibito a furor di copertine, che erano i suoi abiti a riempire. Amatissimo da chi davvero ha lasciato e lascia un segno fra i grandi del cinema, della musica, della tv e di personaggi dello spettacolo a livello globale, la sua unicità è stata ed è un valore. Un insegnamento.

Unico per l’aiuto a Milano, per l’Italia intera, per le sue celebri citazioni che sono più lezioni concrete del suo stile di vita. Per la sua delicata emozione al momento della laurea honoris causa nella sua Piacenza, per il suo stile. Sportivo, ha tifato la sua Olimpia Milano fino ad oggi, acquistato La Capannina come ultimo dono d’amore per Il Forte e per l’Italia, con un netto rifiuto alla vendita a stranieri della sua Azienda con l’Aquilotto. Che l’ha reso amico, talvolta sfidante, ma mai rivale degli altri grandi come lui.

È ormai lontana, eppure ancora carica di potenza emotiva ed evocativa, l’immagine dei più grandi maestri della moda italiana (Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace,  Krizia, Paola Fendi,Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Shön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani) sul tetto del Duomo di Milano. Era il 1985. Un orgoglio tutto italiano. Invidiato da tutto il mondo.

Un frame di quando ancora l’arte del fare (e saper fare) era ispirazione e un continuo incoraggiamento a fare meglio, senza mai dimenticarsi di restare se stessi. Oltre al semplice momento amarcord.

Quello che Valentino Garavani, ultimo di quei grandi, cita come «un talento immenso» a cui lui stesso, “l’Imperatore” s’inchina, è stato capace di creare è un’Azienda che ha una Fondazione a suo nome, valutata almeno 7,5 mld di dollari e conta circa 8700 dipendenti nel mondo.

Finito questo grande (eppure non abbastanza, per spiegare ciò che è e resta il Signor Giorgio Armani) insieme di cose più o meno note, riprendo a scrivere, per raccontare un mio aneddoto personale.

Che per me è una forma di ringraziamento reverenziale esteso per lui. Che mi auguro possa leggere Lassù, fra i colori che lo hanno ispirato. E un piccolo balsamo per coloro che gli vogliono bene: il suo compagno e la sua famiglia, gli amici e i suoi dipendenti. Che sicuramente “temevano” le sue incursioni quando entrava nei suoi stores con il puntiglio amplificato di quando iniziò a lavorare alla Rinascente come vetrinista. Una volta seppi che era passato e aveva ripreso i suoi perché le vetrine non erano come le voleva lui. Perfette, in poche parole.

Il frangente di cui scrivo è inerente proprio a uno di quei momenti…

Mi è capitato una volta di vederlo in via Manzoni anni fa, all’inizio non mi sembrò vero: un uomo così elegante, garbato nei modi, attentissimo alla vetrina, a ogni dettaglio di essa, con gli inconfondibili capelli bianchi e un abbagliamento curato eppure semplice, maglietta a maniche lunghe blu e pantaloni neri. Era uno di quei giorni no, in cui l’ansia attanagliava e confondeva la mente. Avevo avuto una brutta discussione e gli occhi erano ancora lucidi. (“Tanto a Milano, non ci si fa più caso”). Mi convinsi. Non potevo sbagliarmi, era il Signor Armani. Rimasi ad osservarlo, poi mi avvicinai sempre senza voler essere indiscreta, senza attirare sguardi dei curiosi in una Milano che viveva, già allora -prima che Instagram, Threads, tweets e tiktok pieni di commenti odiosi e frustrati ci trascinassero via come in Twisters dal resto del mondo-, troppo di fretta, troppo velocemente per cogliere ancora l’essenza delle persone. Si girò d’istinto, perché sembrava ovattato nel suo mondo di perfezione, eleganza e rigore pur restando attento a ciò che gli accadeva intorno, ciò che la realtà gli offriva e che portava nel suo sogno, col suo stile. Si accorse di me e mi sorrise con un modo gentile, con quei suoi occhi azzurrissimi che sembravano i colori più vivi che indossasse, senza alcuna superbia. Piegò appena la testa, come se avesse colto la mia tristezza. Che di colpo allentò la presa. Risposi intimidita e intimorita da quel gigante che si fece Uomo davanti a me. Mi scattò senza volerlo una manina per abbozzare un saluto, la gioia per quel momento inatteso si fece strada ricambiando quel sorriso, e lui fece lo stesso. I miei occhi si riempirono di una luce diversa, immediatamente felice di quel breve istante. Mi sentii come una bambina che cerca di dimostrare di essere grande il primo giorno di scuola e allo stesso tempo di non perdere di vista il nonno o il papà che la aspetta e la rassicura con la sua mano e il suo sguardo grato e commosso. Perché così mi parse, ancora emozionato dagli sguardi e dalla gentilezza delle persone ammaliate dalla sua arte. Non volli disturbarlo oltre, per quanto avessi voluto conoscerlo meglio, così da ringraziarlo per averci dato il suo sogno e la sua inesauribile ispirazione e l’amore per la città e il grande esempio di amore e rispetto per gli animali. La sorpresa che si celava nei suoi sguardi pieni di quella gioia infantile tipica di quegli artisti geniali che lasciano un bagliore a chi li guarda dopo ogni finale di sfilata. La lezione sull’essenzialità e l’importanza degli affetti oltre al lavoro, l’anti divismo, la forza del lavorare con passione, la generosità grande e dimostrata con i fatti, accompagnata dal riserbo. 

Ma io quel giorno mi ritrovai col cuore pieno e uno sguardo che lì rimarrà sempre.

Il Signor Armani mi fece sentire vista. Percepita. Presente al punto che quel signore fermò per qualche momento la sua vita dedita al lavoro. Tornai in Emporio per far sistemare una borsa. La commessa stava ricontrollando tutto minuziosamente. Mi dissero che era appena andato via, e che era solito andare a sorpresa nelle boutiques per sistemare, controllare e rendere perfetto ogni aspetto in esse, divise dei dipendenti incluse. Impeccabile e puntiglioso, ma sempre un Signore.

Re Giorgio.

Io però lo ricorderò sempre come quell’uomo dallo sguardo timido e gentile che sistemava le cose, e quel giorno le persone. Me per prima. 

Una leggenda che, come la sua eleganza, non potrà mai essere dimenticata. 

Grazie, Signor Armani

Veronica

Veronica Fino 

Uno dei murales in via Broletto dedicato a Milano voluto da Re Giorgio [Ph: IG Giorgio Armani]
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