Dopo Milano, i ragazzi del Kerkìs tornano a Lipari con il capolavoro di Eschilo e delle maschere inedite

“Prometeo Incatenato” realizzato dall’Associazione Kerkìs, Teatro Antico in Scena è uno spettacolo di poetica, nonché potente bellezza. La storia stessa del titano simbolo di lotta –di sfacciata lotta– e resilienza ostinata al potere tirannico, in qualche modo lo impone. Retaggio della grande tradizione antica, come parimenti dell’epica, è difatti la capacità di trascendere il tempo, pur rinnovandosi, e giungere con tematiche universali fino ad oggi. Ho avuto modo di assistere a questa nuova rappresentazione del “Prometeo Incatenato” diretto dalla regia di Christian Poggioni, che è anche protagonista, lo scorso 26 marzo, e ho il grande piacere di ripubblicare questo mio articolo in vista di un’imminente occasione speciale.
La Compagnia “Kerkis” si esibirà il prossimo 3 Maggio 2025 nel prestigioso teatro all’aperto del Castello di Lipari durante l’evento “Dal Museo al Teatro – Un progetto di cultura diffusa e inclusiva” del Museo Archeologico Regionale Eoliano “Luigi Bernabò Brea”.
La storia racconta del titano Prometeo, punito da Zeus, insediatosi sull’Olimpo proprio grazie al suo aiuto. A differenza degli altri titani, Prometeo, “colui che ha métis“, che ha il dono del presagio e di chi pensa prima di agire, ha appoggiato il figlio di Kronos durante la ribellione contro il padre. Agli occhi di Zeus, tuttavia, Prometeo ha commesso un errore imperdonabile che ne mina l’autorità. Egli ha rubato il fuoco per donarlo agli uomini, permettendo loro di emanciparsi e non essere più solo “gli infelici“. Per questo, sarà punito in maniera spaventosa, apparentemente in eterno. Il dramma è rappresentato dalla forza fisicamente privante della punizione, in contrasto netto con la forza spirituale delle sue convinzioni.
Delle caratteristiche dello spettacolo e delle motivazioni che rendono questo “Prometeo Incatenato” unico, ne ho scritto a seguire.
Perciò ora, auspicando ai ragazzi della mia amata Professoressa Elisabetta Matelli, a cui è affidata la direzione drammaturgica, a Christian, alle meravigliose Margherita, Arianna, Eri, a Lorenzo e agli altri attori e attrici della Compagnia di vivere e regalare una grande emozione, vi lascio la mia riflessione sul loro eccellente lavoro.
Buona lettura!
Veronica
“Prometeo Incatenato” è una delle opere più famose e antiche di tutti i tempi. Eschilo la propose negli agoni delle Grandi Dionisie come parte di una trilogia che comprendeva “Prometeo Liberato” e “Prometeo Portatore di Fuoco” intorno al 460 a.C.
Da quel giorno, il mito del benefattore dell’umanità non ha smesso di raccontarsi e raccontarci come uomini alla disperata e costante ricerca di rinnovamento e libertà.
Prometeo in catene
Sulla scena, ideata da Dino Serra, appare Efesto, in una caratteristica veste rossa, mentre forgia delle catene. Dietro di lui giungono Bia (Violenza) e Kratos (Potere) con un uomo a torso nudo, di spalle, che osservano minacciosi mentre si accinge sul grosso masso in mezzo al palcoscenico. La suggestiva scena si caratterizza dunque con un protagonista che sale su un grosso masso che da subito regala una grande imponenza d’insieme. Indossa una maschera che non copre il volto, ma lo rivela nella sua essenza. Una natura superiore, tipica di un essere immortale.
Prometeo si trova su una rocca impervia e isolata della Scizia, dove Efesto è incaricato di creare catene che lo imprigionino senza pietà. A scandire il ritmo, infatti, è il suono di metalli che risuonano, picchiando gli uni sugli altri. Il divin fabbro è molto dispiaciuto per il titano, e gli suggerisce di chiedere il perdono a Zeus, piegandosi quindi alla sua volontà. Prometeo tuttavia non ha alcuna intenzione di farlo, poiché è certo che un giorno giungerà proprio un figlio di Zeus (Eracle, -n.d.r.-) a liberarlo.
Questo suo segreto, ne è certo, sarà la sua rivincita per fermare indirettamente il tiranno.
Una volta incatenato, Prometeo lamenta il sopruso divino e la gravità della sua pena. Avvilito eppure mai affranto, è consapevole della nuova vita degli uomini e del suo ruolo fondamentale nell’averli creati.
L’eco del suo dolore è forte al punto di arrivare fino agli abissi, tant’è che al triste luogo dov’è in catene giungono dal mare le giovani Oceanine, figlie di Oceano e sorelle della madre del Titano. Le ninfe formano il coro, danzando e cantando intorno alla rupe isolata, ascoltano, si disperano, esortano Prometeo a scusarsi con Zeus. Ma egli è fermo nella sua posizione: affronterà le conseguenze inique. A fronte della crudeltà subita da Prometeo, le Oceanine stesse comprendono che persino il possente Zeus rischia di peccare di tracotanza. Dopo di loro, arriva anche il vecchio Oceano, legato profondamente all’eroe, che rimprovera di essere altezzoso, non umile, di “non cedere ai mali, ma anzi volerne altri”. Dal momento che la preghiera perché Prometeo si scusi si rivela vana, egli vuole dirigersi personalmente da Zeus per intecedere per lui. Prometeo sa che la pacificazione sarebbe inutile poiché arbitraria. Il buon Oceano, nonno materno di Prometeo, lascia la scena, che sembra ingigantirsi con la forza d’animo del protagonista, ridimensionandosi e diventando poi solenne e partecipata negli stasimi corali. Prometeo è lacerato dalla rabbia, che traspare mentre racconta loro con vigore che “soltanto quando sarà prostrato da infinite torture e calamità sarà libero”. Sarà allora che anche Zeus comprenderà che l’arte e nemmeno il potere possono sfuggire alla necessità e al destino, rappresentati dalle Moire e dalle Erinni. Qui, il titano interrompe la rivelazione sul futuro, benché le giovani gli chiedano di saperne di più.
L’arrivo tumultuoso di Io è scandito da suoni misti di muggiti, dolore e ronzii. La giovane sacerdotessa piomba fra i presenti, correndo in modo disordinato sul palco. Ha le sembianze di una candida giovenca (indossa una maschera con corna). Cammina trascinandosi come un quadrupede, chiedendo dove sia approdata nel suo misero errare. Accolta da Prometeo e dalle Oceanine, narra la sua storia: prima sedotta con l’inganno da Zeus, poi trasformata in mucca e costretta da Era a vagare senza pace. La condanna inflittale dalla gelosa dea è una fuga incessante con un enorme tafano a perseguitarla costantemente. Sfinita, Prometeo la rincuora, fra le compassionevoli Oceanine, illustrandole il cammino dove rivolgersi, cioè verso Oriente, attraversando il Caucaso, passando per le terre delle Amazzoni, a lei benevole, fino al Bosforo (“passaggio della giovenca”). Continua dicendole che fra i mortali si parlerà molto di Io, che però ancora dovrà molto soffrire. La giovane si rimprovera di non essersi tolta la vita, ma Prometeo la ferma e le lascia la scelta se conoscere il suo destino. Sarà la sua tredicesima discendenza a dare luce al figlio di Zeus che porrà fine alle sue pene. Inoltre, è a conoscenza di un segreto, ovvero la nascita di un discendente persino più forte del dio (ovvero, il figlio di Teti, Achille). Le Oceanine affermano che egli “domina oltre ogni potere e oltre ogni legge”, e Prometeo replica dicendo di non temerlo.
Zeus, venuto a conoscenza della profezia, pretende di conoscerne il segreto. Invia quindi Ermes, l’ultimo a visitare il ladro del fuoco, che lo biasima e gli chiede da quale matrimonio e perché dovrà deporre dal regno, senza gli enigmi che Prometeo spesso usa. Quest’ultimo si rifiuta di rivelare ciò che egli sa, benché il divin messaggero cerchi di convincerlo minacciandolo con altre punizioni da parte del padre. Di nuovo, Prometeo è disposto a sfidare il nemico, quasi sentendosi al di sopra di lui, e, a questo diniego un terribile fragore scuote pubblico e personaggi: la folgore colpisce Prometeo e così si conclude lo spettacolo. Prometeo è inghiottito dalla terra, e sprofonda (come anticipato dalla Prof, -n.d.r-) nel Tartaro. Idealmente, sarà poi il tempo di una furiosa condanna aggiuntiva, in un percorso estremamente doloroso. Alle catene seguirà poi la tremenda punizione aggiuntiva del personaggio simbolo, crocifisso, vittima dell’aquila che gli mangerà ogni giorno le viscere, che puntualmente, ogni notte, gli ricresceranno, in una sorta di fine pena mai contraddistinto da enorme solitudine.
E dell’amore sfacciato: Kerkìs per Prometeo
Fin dalla sua nascita, Kerkìs fa rivivere opere classiche attraverso i suoi eccellenti attori e attrici. Spaziando fra la commedia arcaica e irriverente di Aristofane, quella più nuova con Menandro, Plauto e Terenzio, e la grande tragedia greca, fino ai processi simulati, l’esperienza, la cura maniacale, la passione di interpreti, registi e tecnici con musiche, luci e allestimenti contraddistinguono un’eccellenza. Concepita nell’Università Cattolica, oggi è una solida realtà che racconta, non senza porre e porsi questioni ideologiche e confronti fra tempi che corrono, e forse persino ci sfuggono, difetti e virtù divine e umane che si ripetono, imparando e disimparando fra loro. Moniti non “di un tempo”, bensì “dal tempo” che fu.
Un amore sfacciato, dunque, è quello di Kerkìs e dei suoi per la drammaturgia antica, che rispetta perciò nella struttura e nella natura dell’opera, pur donandole nuova linfa, nuovo pubblico e nuove analisi possibili e potenziali.
Il regalo che questo Prometeo offre allo spettatore, è l’energia che traspare dai movimenti, dalla voce viva, austera e piena di commozione e turbamento e dalle maschere, che amplificano il tutto. E stupiscono lo spettatore, che ha la sensazione di essere parte di un mondo che va oltre la sua immanenza.
Per nulla trascurabile è il rispetto per le unità aristoteliche (luogo, tempo, azione) che creano la perfezione tragica. L’adattamento, infatti, si svolge secondo la canonica struttura della tragedia classica, di cui Eschilo è uno dei tre grandi maestri insieme a Sofocle e Euripide.
Attraverso entrate e uscite si alternano e susseguono personaggi, dialoghi e interventi musicali del coro, fino alla conclusione. Fedelmente, la storia si struttura in questo modo: prologo (antefatto), parodo (entrata del coro), episodio (momenti di narrazione e dialoghi), stasimo (intervento del coro), ripetuti fino a tre, e esodo (uscita del coro), che chiude lo spettacolo.
“Prometeo Incatenato” è senza dubbio uno spettacolo che prende vita e forza nelle bravura dei suoi attori e nella capacità di creare uno spazio di tempo nel tempo. Lo so, lo so: si tratta di una caratteristica comune nel teatro, e chiunque vi ragioni o ne sappia un minimo, è consapevole di come il tempo scenico sia sempre un “altro” tempo rispetto a quello che scorre, quello misurato.
Ma se è vero questo, è altrettanto vero che il tempo lo si misura in emozioni. E questo Prometeo ne regala fin dall’inizio, quando incontri i ragazzi, pieni di vita, e la loro Docente Elisabetta Matelli.

(Che, nemmeno a dirlo, è stata, assieme al Professor Bernardi e alla Professoressa Carpani, anche la fortunata Prof. nei tempi più lieti dell’Università di colei che ne scrive oggi. Quei casi fortunati, di cui esser grati -n.d.r.)
Si, perché quando la incontri, lo fai nello sguardo e nel sorriso che porta ovunque si muova. Ideatrice del progetto Kerkìs fin dai suoi albori, fra i libri e i chiostri dell’Università Cattolica di Milano, la Professoressa Elisabetta Matelli rappresenta una sfida vinta. Insieme ai suoi ragazzi, alunni ed ex alunni dell’Alta Scuola (LDA) ha dato vita a una straordinaria realtà che riempie i teatri di Milano (il Pime e l’Osoppo per primi), ma non solo, e porta i suoi adattamenti in realtà scomode, di quelle che spesso dimentichiamo, come quelle delle carceri, all’interno ad esempio della Casa di Reclusione di Opera.
Dove fra l’altro, da anni è attivo il progetto dell’Associazione Culturale “Opera Liquida” che riunisce persone detenute ed ex detenute in un progetto teatrale in un processo atto a favorire inclusione sociale, legalità e prevenzione di comportamenti a rischio nei soggetti più giovani.
Esempi, questi, vivi e segnali intensi di una società dove i giovani e i giovani che così restano nei loro cuori curiosi, sentono il potere del palcoscenico come ritrovo e unione per dare messaggi importanti, pur in momenti di svago e riflessione. Non a caso, il teatro fonda le sue radici sull’aspetto salvifico di pietà e terrore che portano lo spettatore, che partecipa e “sente” gioie e dolori dei personaggi, fino alla catarsi liberatoria e purificatrice.
Cast e personaggi
Christian Poggioni interpreta Prometeo alla perfezione: la sua presenza dona una forza quasi totalizzante alla scena. Dall’alto del masso che rappresenta la roccia remota della Scizia, egli svetta e dona potenza al protagonista che illumina della luce della sua conoscenza (e dei suoi segreti).
In mezzo a una scenografia che si spoglia di ogni elemento superfluo, dove le luci sono destinate ai soli personaggi, e gli unici colori che svettano solo il rosso di Efesto, il biondo intenso delle Oceanine e il contrasto dell’oscurità nella veste candida di Io, la presenza di Poggioni, sembra spogliarsi anche di se stesso per entrare in un personaggio complesso come l’eroe di Eschilo. Non a caso, mentre tutti gli altri hanno delle vesti, egli appare privato di tale elemento; ciò mostra uno stato di privazione ulteriore inflitta, col risultato opposto di una crescente e vibrante di forza del suo Prometeo. Misurato nelle reazioni con il coro a lui caro, Poggioni/Prometeo non risparmia né mai nega accuse e biasimi a Zeus e a coloro che per lui parteggiano. Bonario con la disperata Io, che per lui rappresenta la salvezza, seppur in un giorno lontano, reagisce di rimando in modo più avventato, a tratti sfacciato, verso Oceano che vorrebbe solo aiutarlo. Azione che in qualche modo lo coglie impreparato al punto di scuoterlo. Questo insieme di emozioni traspare in tutte le batture e i movimenti di Prometeo, che appare sì, in posizione statica poiché incatenato a un masso, ma più potente a ogni rincalzo. Come se la posizione obbligata e limitata mettesse in moto via via le parole che si muovono, libere, invisibilmente in sala e toccano le corde di ogni presente. La maschera che indossa crea più di un effetto di eco: grandioso, aggiunge solennità e amplifica il suono della voce del ladro del fuoco e degli altri personaggi, tutti, destando profonda emozione in forma reverenziale.
Poggioni si rivela davvero titanico, nel personaggio che interpreta, e nell’interpretazione più profonda che mai si risparmia.
Gli altri attori in scena assumono ruoli molteplici, donando a ognuno di loro grande carica emotiva e presenza intensa sul palco.
Senza alcuna sbavatura, Lorenzo Volpi Lutter passa abilmente dallo schernitore Kratos al preoccupato aspirante paciere Oceano, timoroso per il destino di Prometeo, che accusa di eccedere in boria e ricerca di mali aggiuntivi per un peccato di orgoglio. Egli, con un altro cambio di maschera, abito e attitudine, diviene poi l’astuto Ermes. In contrapposizione al reticente, quando non apertamente ostile Prometeo, egli collabora con gli dei, adattabile alle situazioni. Cerca di estorcere il segreto (o la verità, che noi spettatori conosciamo) di Prometeo circa la discendenza che spodesterà Zeus, mettendo in guardia l’eroe da altre punizioni, e quando l’insuccesso è chiaro, esige di saperlo. Il conflitto fra Ermes e Prometeo rappresenta la superiorità della conoscenza rispetto all’arte dell’arguzia.
Eri Çakalli impersona Efesto: un dio che soffre per colui che ha aiutato il padre in precedenza, ma non ha l’audacia di ribellarsi ad esso, e ne esegue gli ordini suo malgrado.
A tal riguardo, e sul conflitto interno fra esecutore di ordini riconosciuti come errati moralmente, ma da eseguirsi per rispetto rigoroso dell’ordine (o, nel caso degli antichi, dell’Ordine, inteso come divino -n.d.r.-) si potrebbe prendere in esame la celebre frase apparsa sull’opera “Wall and Piece” dell’artista inglese Banksy, ovvero: “I più grandi crimini al mondo non vengono commessi da persone che infrangono le regole ma da persone che seguono le regole. Sono le persone che eseguono gli ordini che sganciano le bombe e massacrano i villaggi”. Questo dilemma, a torto o ragione, supponiamo colga chiunque sia consapevole di creare un potenziale atto che creerà dolore, eppure è costretto a obbedire.
Eri è anche la Capocoro, che rappresenta la voce della coscienza. Benedetta Drago, Francesca Ferrari, Annachiara Formica, Francesca Redaelli, Arianna Sangiuliano sono le altre interpreti del coro, che ballano e cantano insieme regalando grazia e pathos, aggiungendo gravità al quadro d’insieme.
Quali spettatori, ci accordiamo con le loro voci coscienziose quando assistiamo a ingiustizie, e come persone siamo colti da un senso attanagliante di colpa verso noi stessi, prigionieri del rispetto per l’autorità, e di responsabilità di coloro che attuano gesti che in parte riconosciamo come ingiusti.
Di nuovo, si ripresenta un topos universale che ci pone di fronte a quesiti su chi siamo, come siamo diventati e cosa vorremmo -chi vorremmo- essere. Come solo il mito, nei suoi rituale e liturgico, è capace di fare. Questo, malgrado l’assenza di gesti “sacrali”, sulla scena, salvo le parti corali e le catene fisiche che impongono una forma di limite e contenimento anche al sapere prometeico.
Margherita Rigamonti, infine, è sia la detestabile -per natura stessa- castigatrice di Prometeo Bia, sia l’incolpevole e sventurata Io. Vittima del potere divino, in fuga da esso senza potervisi opporre, è un’anima privata della spensieratezza della gioventù, che cerca conforto proprio in quel personaggio divino sventurato quanto e più di lei. Nonostante movimenti e gesti rigidi nei suoi scatti, Rigamonti le dona una profonda umanità, che scatena a chi la guarda una forma di empatia. Il suo destino è quello di errare, ma in questo passaggio porterà un segno, tanto che lo stretto fra Europa e Asia che attraverserà a nuoto, sarà ribattezzato Bosforo. Inoltre, grazie alla sua progenie nascerà l’eroe più famoso e amato della tradizione greca, Eracle. Egli, con la sua pietà vincerà la resistenza e l’acredine del Zeus liberando il celebre ladro del fuoco imprigionato più di tremila anni prima. Io mantiene le caratteristiche e le complessità di un personaggio femminile, di una donna privata del rispetto dell’abusante e della sua stessa dea adorata. Tuttavia, professa con dignità di voler sapere, e quindi essere padrona finalmente del suo destino, pur emettendo suoni e muovendosi come una mucca. L’attrice dona un ampio ventaglio di stati d’animo e fa trasparire il suo dolore immenso, contrapposto alla presa di cognizione dell’importanza del suo ruolo nel grande progetto di necessità e destino. In conclusione, anche lei attua un processo di auto-affermazione, per quanto i tempi dell’opera così distanti dalla nostra percezione e la definizione di arcaicità tipicamente associata ad Eschilo potessero permettere.
Le Maschere di Lipari
Tutti i personaggi, dunque, indossano una maschera. Non casuale, è la scelta di un’opera così importante per utilizzare uno strumento di grande connessione con il mito. Questo è, in qualche modo, il secondo dono del Prometeo di Poggioni/Matelli: per la prima volta, le maschere utilizzate sono reali repliche di alcune pervenute in minor scala nella necropoli di Lipari, nelle Isole Eolie. Si tratta di reperti originali attualmente esposti nel Museo Bernabò Brea, presso il Parco Archeologico delle Isole Eolie. Ecco che la rappresentazione al Teatro del suddetto parco diviene ancor più suggestiva e di grande valore sperimentale e di studio.
Un lavoro di realizzazione complessa, che ha richiesto anni per riprodurre, creare prototipi e stamparle in 3d per un risultato eccelso. (Anche se la Prof. sostenne che non era del tutto convinta -solo lei!- della luce che non lasciava cogliere bene tutti gli aspetti dei “secondi volti” degli attori, quelli dei loro personaggi. Lo riporto per far comprendere a chi legge il -n.d.r.-) grande e meticoloso sforzo del progetto, sostenuto dall’Università Cattolica. “Prometeo Incatenato” è uno «spettacolo di ricerca dedicato a una delle figure mitologiche più potenti, Prometeo, nel quale si approfondisce lo studio della maschera teatrale», come riporta il sito dell’Associazione. In particolare, Francesco Stilo ha eseguito i rilevamenti digitali delle miniature per poi modellarle a grandezza naturale delle maschere. Andrea Cavarra e Chiara Barlassina, invece, hanno fedelmente ricostruito artigianalmente le maschere per la scena, alle quali sono stati apposti crini di ovini per realizzare barbe e capelli. Infine, i costumi sono stati realizzati da Stefania Parisini O’Brien, Manara Valgimigli si è occupata di traduzione, Adriano Sangineto delle musiche. Solenni e intense come tutta la rappresentazione.

Il mito di Prometeo e i rapporti con le altre divinità
Il titano ha un animo nobile, fiero e orgoglioso (per ciò che possiamo intendere più ampiamente noi oggi -n.d.r.-), tanto da decidere di pagare le conseguenze durissime delle sue pene, senza mai cedere alla tirannia olimpica. Paradossalmente, ha appoggiato il figlio di Kronos, Zeus, durante la ribellione contro il padre. Questo elemento suffice a far trapelare la connotazione spiccatamente negativa data al nuovo signore dell’Olimpo, e alla contraddizione di come il potere preso con la forza possa essere mantenuto esclusivamente con una politica repressiva e di forza, per l’appunto. Indipendentemente dai rapporti umani o di collaborazione e aiuto precedenti. Tutto viene messo in secondo piano, se non riportato a sollecitazioni perché il nemico ceda da parte di terzi.
Ai nostri occhi più contemporanei, questi aspetti ce lo rendono -po’ più inviso e velato da lieve codardia. (Come ogni potente che “ci mette la faccia”, ma solo fra social media e tv, mentre poi a rischiare e subire sono tutti gli altri, insomma. -n.d.r.-).
Zeus, infatti, è l’unico personaggio che mai si palesa in scena. Punisce attraverso altri. Questo elemento suffice a far trapelare l’accezione spiccatamente negativa data al nuovo signore dell’Olimpo. Egli appare irriconoscente verso Prometeo: se nella lotta col padre Kronos è riuscito a spodestarlo e a governare ora l’Olimpo, grande merito è del protagonista, unico dei titani ad averlo appoggiato nell’impresa. Nondimeno, si è simbolicamente schierato con gli dei più giovani, che si rivelano molto diversi da ciò che aveva immaginato e dai predecessori. Sono bizzosi, violenti e eternamente bellicosi.
D’altra parte sono proprio le caratteristiche degli dèi dell’Olimpo, assai diverse da quelle delle divinità precedenti, che rendono quasi dovuto il sentimento di emancipazione degli uomini. Gli dèi sono tanto più autoritari quanto più gli uomini vorrebbero porsi in maniera autonoma. Prometeo, che ottenne il dono del presagire da Zeus, si mostra subito misericordioso con gli uomini che lui stesso ha contribuito a creare. Vuole rimediare all’errore dell’istintività senza discernimento impartita dal fratello Epimeteo (“colui che ragiona dopo”). Motivo per il quale il genere umano diventa simile agli dei al punto che Zeus vuole disfarsene, poiché intimamente intimorito da questo aspetto, e per farlo sottrae il fuoco.
Il figlio di Giapeto ha commesso consapevolmente un peccato irrimediabile. Donando il fuoco agli uomini, essi si possono evolvere e affrancarsi dal costante senso di cupa disperazione. Nel gioco degli dei legati al dio del fulmine, la ripartizione del mondo non contemplava in alcun modo un affrancamento del genere umano, del quale destino è fra i pochi a preoccuparsi. Al contrario, con il fuoco, simbolo di vita, quegli uomini «simili a larve di sogni» imparano le scienze e le tecniche tali per cui gli dei sono quasi per loro estranei e, concettualmente, non più necessari in quanto ormai autonomi. Prometeo desidera migliorare la vita degli uomini, rendendola più comoda e agevole, tanto da essere definito un creatore del genere umano, ora consapevole delle proprie capacità.
Quella per Zeus non è una forma di rivalità per il potere poiché Prometeo non nutre sentimenti di rivalsa e potere. Disobbedendo, commette una forma estrema di hybris, perché va contro la volontà divina.
Prometeo è l’eroe-manifesto estremo della resilienza, della forza, della compassione e della sopportazione arcaico, medievale, moderno e contemporaneo. Per giungere a noi, non poteva pertanto che essere un titano, eterno.
Prometeo è un po’ l’antesignano di Robin Hood, di Zorro, e di eroi più moderni, direbbero i più fantasiosi. Tipo me medesima. Ma non è, forse, il fuoco la maggior ricchezza dei potenti dèi che egli dona ai poveri umani? Ai posteri e ai liberi interpreti del pensiero laterale, l’ardua sentenza…
Prometeo è il dio amico degli uomini e loro benefattore. Al contrario, “Zeus domina con nuovi poteri, oltre ogni legge”, ci canta il coro delle Oceanine. Un dominio precursore di una monarchia assoluta, che non rende conto ai suoi pari né ad alcuna legge scritta. Ma, apprenderà, che deve sottomettersi al fato, imperscrutabile, inaccessibile e totalmente indipendente dalle volontà dei singoli.
La sua fierezza è la forza nobile della ribellione dotata di una fede incrollabile nell’uomo. La grande e attualissima differenza concettuale fra antico e moderno si rinnova anche qui:
è giusto ribellarsi alla prepotenza o è corretto rispettare anche ciò che è palesemente tirannico ed errato, ma rientra nella legge?!
Per gli antichi, la compassione verte verso la grandezza eroica, ma il giudizio è inequivocabile poiché sovverte un ordine.
Col fuoco, dona al genere umano facoltà e poteri straordinari, e di fatto costituisce una stirpe di individui che, mediante le invenzioni e sapiente uso della téchne, trovano rimedi alle malattie, esprimono la loro speranza contro la morte. Che a sua volta deve sottostare alle leggi universali di necessità e destino a governo dell’universo, divino e umano. Non a caso, Zeus appare, già a partire dalle altre opere di Eschilo (dettaglio che ha fatto mettere in discussione la paternità stessa della trilogia), più retto e giusto. Forse, proprio a causa del monito al rispetto di queste stessi leggi al di sopra -persino- di lui.
Ecco perché nel labile confine fra responsabilità e colpa, la
reale natura della “colpa” commessa dal grande reo è l’offesa arrecata a Zeus, un oltraggio rivolto direttamente al nume olimpico, e alla potestà di cui egli è custode.
La questione della colpa è quella morale: oltre il contesto delle narrazioni mitiche, la domanda riguarda la possibilità e la correttezza di una pena inflitta all’infinito. Se essa è rappresentazione del riflesso della “colpa”, quale può giustificare una punizione eterna come giusta retribuzione?
Infrangendo il principio di individuazione della condizione umana che ha la peculiare differenza rispetto agli dèi nell’essere soggetta alla morte, commette una smisurata colpa, contrapposta con una grande pena, eterna e irredimibile. Commisurata esattamente al contrassegno della mortalità.
Nell’aspetto più etimologico e semantico, colui ha mètis, non è più colui che sa e pensa prima di agire (anche se essere morigerari resta una virtù per i greci); diventa, anzi, colui che acquisisce attraverso il dolore (principio del πάθει μάθος, pàthei màthos), divenendo consapevole come gli uomini del limite da non superare.
Secondo la nostra fortunatamente più moderna di giustizia, era necessaria all’epoca un rinnovamento delle leggi, con quelle umane, più laiche e imparziali, libere da influenze divine, stabilita su verifica, fatti concreti, circostanze e congura rispetto al dolore inflitto. In questa forma arcaica di giustizia manca il concetto di indipendenza dal Potere, con l’assenza di un individuo imparziale, fuori dell’accusatore e dell’incolpato, che valuti le reali responsabilità, esercitando una visione virtuosa di correttezza, non senza speranza e conoscenza, gli altri doni che ci ha lasciato il mito di Prometeo.
Eschilo stesso introdusse l’Areopago come tribunale per gli uomini nelle “Eumenidi”, ultima parte della trilogia dell’Orestea (458 a.C.). Questo concetto riformistico della legge, già nel V secolo a.C., ci porta alla riflessione sulla presa di coscienza e responsabilità umana verso le proprie colpe, non imputandole a figure religiose come “scudi” a giustificazione. (Ricorda qualcosa?! Vorrei mostrare la mia espressione ora, ma è più giusto lasciare all’immaginazione in merito. D’altronde, anche Papa Francesco, scomparso proprio nel Lunedì dell’Angelo, ci insegna che non esiste peccato di offesa in nome di un credo, di qualsiasi religione sia. -n.d.r.)
Per concludere, riconosciamo come il successo del Prometeo stia nella forza di un epico scontro morale, nel suo ripetersi costante negli esempi di vita, fra i nostri personali scontri con situazioni talvolta ingiuste di cui ci facciamo carico e, consapevoli di potenziali conseguenze, animati dalla correttezza della nostra coscienza, affrontiamo in maniera titanica.
Forse con una forma che non deve mai giungere ad essere “boria”, piuttosto come forza imperturbabile del proprio io (o della Sua Io?!). Non sarà che, alla fine, poiché così umani, non potremo essere, noi stessi, i suoi titanici figli?
Potenza e magia, forza del Teatro.
Veronica Fino


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