Grande successo per la Compagnia Amatoriale di Segrate in scena con la commedia di Eduardo De Filippo in una serata benefica a sostegno di A.IT.A Associazioni Italiane Afasici
Lunedì 10 Febbraio al Teatro San Babila di Milano andava in scena lo spettacolo “Io, l’Erede”, a cura della Compagnia Teatrale “Il Socco e la Maschera”. Il pensiero speciale, già allora andava al grande assente Vincenzo La Camera, fondatore della Compagnia.
Ricordando Vincenzo…
Purtroppo, ecco perché riedito questo mio articolo, Vincenzo è scomparso pochi giorni fa, lasciando un grande vuoto –o una grande eco, per taluni– in chiunque lo abbia conosciuto. Ma, della riflessione rivolta a lui, ne parlerò più avanti.
Magari sulla Rubrica “ProfAmà” su MilanoTeatri che seguo personalmente. O, magari, in un momento frutto di un attimo più concentrato, quando il tempo avrà lenito un po’ di quel dolore e sarà giunto quello per chiedere a chi ha collaborato con lui di raccontare frammenti di quella lente che ha usato per guardare il mondo .
Sappiate solo che Vincenzo era un’anima piena di colori, sfumature, idee, lazzi, arte e luce. E più di tutto, era un’anima buona.
Mi è parso doveroso omaggiare la sua memoria e il suo gran lavoro, la capacità di trasmettere l’amore e la passione meticolosa per il teatro, al punto da aver costruito una Compagnia molto solida, ricca di ottimi membri e una regista che ne ha raccolto sapientemente il retaggio, pur apportandovi una visione personale e innovatrice, Rosa Startari.
“Io, l’Erede”: un ottimo spettacolo per beneficienza
Tornando alla serata de “Io, L’Erede”, essa si è svolta in un’occasione speciale, durante la quale si è deciso di destinare i proventi della rappresentazione all’Associazione Onlus A.IT.A., Associazioni Italiane Afasici.
L’introduzione allo spettacolo è stata preceduta da un esaustivo spazio a Don Marco e alla responsabile di A.IT.A per parlare dell’afasia e dal Presidente GATAL, Gruppo Attività Teatrali amatoriali Lombardia, al quale “Il Socco e la Maschera” è affiliata, Michele Faracci.
“Io l’Erede”, trasposizione scenica della commedia in tre atti omonima di Eduardo De Filippo, è fra le sue opere meno note. Essa risale al 1942 e ha come fulcro proprio il tema della beneficienza.
“Io, l’Erede”: la trama dell’opera
Tutto ruota attorno alla facoltosa famiglia Selciano, ordinariamente nota come “perbene“, che si ritrova all’improvviso di fronte alla morte del caro amico estinto Prospero Ribera. Un uomo che, si scopre via via, ha vissuto per ben trentasette anni nella loro casa come ospite, grazie alla generosità del compianto padre e patriarca Selciano.
Il figlio, l’avvocato Amedeo, vive con la moglie Margherita, la sfrontata e annoiata figlia Adele, con la zia Dorotea Selciano, sempre in cerca di eventi dove mostrare la propria indole “benevola” verso gli indigenti, i domestici e Bice, una giovane ragazza Bice beneficata, vestita (di abiti mesti e dismessi -n.d.r.-) accolta col solito spirito di ipocrisia quale donna di compagnia, ma a servizio. Funzionale per mostrare la generosità dei Selciano. Tutti loro sono riuniti per la commemorazione del defunto, dove partecipa anche l’amministratore di famiglia, Lorenzo De Ricco.
La famiglia si mostra scossa dalla morte del loro protetto, per poi trovarsi sorpresa da un evento inatteso, l’arrivo del figlio di Don Prospero, Ludovico. Egli subito mette in evidenza l’ipocrisia dei presenti e rivendica il diritto di essere accolto in casa, godendo degli stessi benefici del padre, tanto da pretendere di essere chiamato Don Prospero Secondo.
Nondimeno, afferma di essere l’erede legittimo della stessa condizione di beneficato del padre. Le reazioni della famiglia, così prodiga di beneficenza, si rivelano prontamente ostili. Con grande astuzia, Ludovico smaschera la finta bonarietà dei Selciano e trova il favore della bizzosa Adele. In un crescente susseguirsi di equivoci, egli rivela addirittura come il padre di Amedeo non solo si sia arricchito, ma anche abbia derubato Don Prospero primo di denaro proveniente da illeciti, architettati anche da uno spiazzato De Ricco.
Via via Prospero secondo si intromette nelle vite dei benefattori, e spinge furbamente a Bice a usare appieno la condizione di beneficata. Ella si reca pertanto a farsi acconciare i capelli e dal sarto. Al suo ritorno, tuttavia, nessuno la riconosce, e quando ella si rivela ingenuamente, giunge il sarto a pretendere il pagamento delle sue spese.
Amedeo, nonostante la contrarietà delle donne di famiglia, salda il conto onde evitare di svelare la sua natura ipocrita. Ma l’affronto della ragazza, come Ludovico stesso aveva previsto, non è perdonato: Bice, fra le lacrime, è cacciata da casa. Forse ora per lei è l’ora di una vita con persone che la considerino come più di una poverina da tenere in casa per una perversa percezione di pietà.
A differenza degli abbienti Selciano, Ludovico è un uomo che ha vissuto di espedienti, e dalla valigetta che porta sempre con sé, non faticherà a sfoderare anche una pistola per riunire bonariamente la famiglia che accusa con ragione di aver sfruttato il padre, trattato come un giullare e umiliato più e più volte, per farsi una reputazione da benefattori.
Tutto ciò gli permette, infine, di ottenere il suo scopo: divenire (sgraditissimo) ospite beneficato. Persino la coppia di domestici è reticente e insofferente all’idea, ma tutti sono costretti ad accettarla. E a sorpresa, si scopre anche il grande amore perduto di Dorotea, derubata di una misteriosa spilla a cuore (simbolico ma non troppo -n.d.r.) a un evento guardacaso di beneficenza, che ricompare, magicamente quasi identica, proprio nelle mani della nipote che l’ha ricevuta in dono…
Una messa in scena perfetta, fra perbenismi svelati, beneficati sfruttati e sapienti attimi di comicità
La regia di Rosa Startari è eccellente, come ha dimostrato il gran favore del numeroso pubblico in sala e il lungo applauso. Nonostante la cornice prestigiosa (e forse motivo di iniziale apprensione, per una Compagnia di amatoriali n.d.r.) del palco dello storico San Babila, gli attori sulla scena sono perfettamente a loro agio, coordinati alla perfezione, con un’impostazione stilistica ben chiara e definita.
Nessuno di loro mostra timori e occupa ogni spazio del palco dando dinamismo. La grande Startari, che interpreta una delle Signore Selciano, attua un meccanismo di fatti e personaggi di aspra, arida e antipatica buffoneria.
Il sempre bravissimo e potente Federico Costanzo, nei panni di Ludovico Ribera, porta con la coerenza del suo comportamento, la sfrontatezza di un uomo provato e privato di tutto, di un padre che non ha mai nemmeno accennato alla sua esistenza, della consapevolezza di un retaggio che lo vuole più umiliato che umile. Eppure non lesina sull’utilizzare ricatti e sotterfugi, pur di essere accolto, accettando sguardi sdegnevoli.
Nulla è lasciato al caso, e l’espressività, la potenza attoriale, come la prossemica e l’insieme di movimenti e voci si amalgamano in un piacevole susseguirsi di eventi.
La musica si sposa con gli attori che trasmettono la sensazione di percepirla, come se essi la vivessero insieme ai loro bizzarri personaggi.
Vedere i momenti di ballo goffamente sensuale della coppia di domestici è puro divertimento. Ascoltare le contorte giustificazioni dei Selciano e le motivazioni umilianti dell’erede, pronto ad essere risucchiato in un vortice di ipocrisie e malelingue, definito parassita, pur di avere una vita comoda, è spunto di riflessione.
D’altronde, il testo stesso è uno «scomodo» tracciato «nell’analisi spietata dell’ipocrisia nascosta dietro il perbenismo», come a volere suscitare una reazione forte da parte dello spettatore, anche secondo le parole di Luca De Filippo.
Le luci funzionano bene e impreziosiscono i costumi. Essi sono più che adatti al periodo storico in cui l’opera è ambientata. I grandi fronzoli e accessori degli abiti femminili e i gioielli, fondamentali, si sposano con i molteplici papillon, vestaglie e cravatte di quelli maschili.
Armocromia teatrale
Un piccolo tripudio di satin, in cui l’immagine che si delinea è quella di una tela dai colori sgargianti.
Sennonché a questi si contrappone l’immagine spenta degli abiti di Bice, fino al suo grande e sfavillante cambiamento. Degno di una signorina. Status sociale che però lo quello di beneficata non le è concesso. Ella è la dimostrazione di come una persona insicura possa trovare conforto in parole e abiti che le rendano dignità. Anche sulla scena.
Ancor più crea un effetto quasi disturbante l’evidente abbigliamento sobrio di Ludovico, “l’Erede”, che resta comunque nella palette di beige e marroni, concludendo con quelli più scuri.
Riecheggia il richiamo al climax della storia che assume via via toni più cupi.
Questa forma di “armocromia teatrale” (non me ne vogliano gli esperti -n.d.r.-) si confà all’estetica della scenografia. Pur nella scelta di un colore grigio mat (opaco) con dettagli bianchi e arredi di scena stilizzati graficamente, si coglie un’atmosfera ad ogni modo accogliente.
Un insieme che sembra essere la versione distorta e contraria dello spirito della famiglia Selciano e della sua ospitalità, falsamente generosa. Per nulla buona. (Sì, forse persino buona a nulla, potremmo ardire n.d.r.)
L’ingegnosa scenografia è di Vincenzo La Camera, che ha realizzato anche la splendida nonché evocativa locandina.
Singolare, ma non casuale, è la scelta di destinare i proventi della serata per una causa nobile e rappresentare proprio una commedia che tratta l’argomento dell’ipocrisia buonista spacciata per beneficienza.
Un velato nonché implicito monito a donare senza la ricerca costante di ringraziamenti ossequiosi. Invero, senza secondi fini.
Fini che spesso si rivelano pretestuosi, come le motivazioni per quei gesti che andrebbero fatti senza per questo costantemente rinfacciati.
C’è chi sostiene, a torto o a ragione, che la beneficenza si debba fare in silenzio, per evitare il rischio di lodarsene. E si sa che chi si loda, si imbroda, così dicevano i miei nonni. Cascheremmo nell’impasse di quel che «è un cuore, ha la forma di un cuore, ma in brillanti».
La spietatezza dell’opera di De Filippo, così ben resa dal Socco e la Maschera, porta alla luce due lati dell’uomo: il volersi mostrare spesso migliori agli occhi degli altri per mero egoismo, o narcisismo patologico, da una parte, e dall’altra accettare questa umiliante definizione di altri, piuttosto che, provare a trovare una propria definizione di sé, destrutturata e staccata dai preconcetti.
Disclaimer: Non è mia intenzione giudicare alcuna persona in reale difficoltà, né il suo struggimento quotidiano per arrivare alla fine del mese, (lapalissiani, mai troppo, lmao -n.d.r.-). Di quelle troppe persone, qualcuna tuttavia che se la prende comoda, perché è meglio molto poco di ricevuto che poco di ricevuto e guadagnato talvolta.
E, ancora, non sarebbe meglio una società dove vi sia aiuto in misura uguale se non inferiore alle possibilità? In una società dove tutto rimanda a ricerca spasmodica di autoaffermazione, in quel paradosso dove ci si vuole affrancare dalle etichette proprio ascrivendosi giocoforza a etichettature, non sarebbe utile già suggerire a svelare le nostre nature, magari con maggior consapevolezza rispetto alla giovane Bice? Già, questo risulta scomodo da chiedere: in linea con il testo, ma non col comune e più corretto pensiero…
Io, Eduardo, l’erede
Eduardo scrisse l’opera originariamente in napoletano. Solo in seguito decise di riscriverla “in lingua”, relativamente perplesso sulla presa e resa partecipe del pubblico-mostro secondario di quei mostruosi personaggi pieni di boria e falsità.
«M’aggio dovuto spoglià, io mi sono dovuto spogliare. Quando un attore ha recitato per anni e anni un genere […] se vuole finalmente ritrovare sé stesso sotto i vestiti degli altri sapite ch’ha da fa?S’ha da mettere nudo […] e così ricominciare a rivestirsi a poco a poco coi panni nostri ». De Filippo spoglia e rimodula come un nuovo costume costruito per sé l’eredità che i grandi gli hanno lasciato: Pulcinella con la sua maschera, Petito e Scarpetta, Viviani. Prima ancora, è stato erede di Shakespeare, Molière e naturalmente di Pirandello. Perché questo uso impattante del primo pronome personale, in aggiunta soggetto, “Io”?” Perché il modo col quale ci riferiamo a noi stessi, e che porta, intrinseco, retaggio di ciò che ci è stato lasciato, quali eredi, e di ciò che lasceremo ai nostri eredi. Solo con una totale presa di coscienza in cui io è ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà, in un’ottica di uno e uno in un insieme, allora giunge la nuova percezione di sé.
L’afasia mina la comunicazione, ma non l’anima
Come già ricordato, Don Marco, il Presidente GATAL Faracci e la Responsabile di A.IT.A sostengono l’operato dell’Associazione, che si batte per un problema, l’afasia, spesso sottovalutato, nonostante la stima in Italia sia di 150000 casi in costante crescita.
L’afasia è la perdita della capacità di comunicare normalmente con gli altri, una delle necessità primarie dell’individuo fin dalla nascita. Le persone affette da afasia hanno difficoltà a parlare, capire, leggere, scrivere, usare gesti, disegnare, o a ripetere delle semplici parole e fare i calcoli.
Si tratta di disturbi del linguaggio più o meno gravi, sempre invalidanti, che possono essere causati da emorragie, traumi cranici, neoplasie e altri tipi di lesioni cerebrali dell’emisfero sinistro, sede di linguaggio e facoltà cognitive.
Un enorme problema, dunque, che rende difficilissima la vita degli afasici e minata la difesa dei loro diritti. Ecco perché il lavoro di A.IT.A è essenziale, contribuendo a formare caregiver e offrendo assistenza tramite reti tra afasici, logopedisti e neuropsichiatri, caregiver, familiari, e volontari per dare un aiuto.
La riabilitazione per gli afasici è spesso molto lunga, e ancora non esiste cura definitiva, ogni aiuto di una persona istruita sul come rapportarsi ai pazienti può rivelarsi prezioso. In Italia sono però pochissimi i logopedisti e i centri ospedalieri con ambulatori per la riabilitazione, e dove presenti, hanno pochi posti.
A.IT.A nasce nel 1994 per volontà della Professoressa Basso, prima in Italia a occuparsi di afasia e ad aver creato il primo centro italiano per la rieducazione e la diagnosi dei disturbi afasici del linguaggio nel 1962.
Noi nasciamo piangendo, ma in quel pianto, sta tutto il nostro inno alla vita. In ogni istante, nostro, dei nostri avi fin da quando il tempo ha memoria, l’uomo ha il fisiologico bisogno di farsi vedere, farsi percepire, farsi sentire, e più che mai farsi capire. Vi esorto ad andare sul sito dell’Associazione per conoscere più da vicino questa realtà che deve essere raccontata da chi può farlo. E in questo potere, non c’è un solo verbo, ma l’enorme fortuna di potersi liberamente esprimere, comprendere e farsi comprendere. Tenendo ben chiaro che le persone affette da afasia possono non riuscire a comunicare, ma nulla della loro intelligenza né dei loro sentimenti viene meno. Anzi, pensate per un secondo alla tristezza nel non riuscire a dire a coloro che amate che li amate, o non essere più capaci di cantare la vostra canzone preferita. Che pure è lì, da qualche parte, nella vostra mente… Perché l’afasia sottrae capacità cognitive, relazionali, ma mai l’anima.
Michele Faracci sul Socco e la Maschera: mantenere, vivere, innovare con fantasia
Orbene, A.IT.A è una di quelle splendide realtà che “meritano” per davvero la beneficenza. Per concludere, anticipando il fulcro dello spettacolo, il Presidente del GATAL ne parla dicendo che ha “un tema veramente stravagante, un tema che si attiva, che va d’accordo con l’attività di tutti noi.” Continua dicendo che è «il tema dei benefattori, animati solo dalla loro carità, una carità autocelebrativa». Si tratta di un lavoro che evidenzia l’ipocrisia di una classe del perbenismo e una falsa solidarietà sociale. La benevolenza spiccia, a favor di immagine, più che la beneficenza nella forma pura. Nella sua essenza. Presentando la Compagnia del Socco, chiede anche un pensiero per il fondatore Vincenzo la Camera, con un caloroso applauso. Vincenzo ha all’Italia una tra le migliori del centinaio di Compagnie amatoriali del GATAL. Di Rosa, coglie la capacità di mantenere viva la tradizione del tracciato del suo mentore, pur aggiungendo un suo tocco personalissimo. Come ha fatto anche Giorgio Como, nel ricordo questa volta della sua discepola tragicamente scomparsa, Sonia Bonacina.
«Questa è la cosa bellissima, è riuscita a mantenere, diciamo le basi su cui la compagnia si vive, si mantiene, pur con delle innovazioni, con la sua fantasia che è veramente una fantasia prolifica. Ho un’ultima richiesta da farvi: quando dovete uscire dal teatro, uscite con una mano sul cuore e l’altra mano sul portafoglio…»
In definitiva: come a teatro, così nella vita, facciamo del bene, e facciamolo bene!
Veronica Fino









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