L’adattamento realistico, forte e dall’atmosfera cupa scelto dal regista Marco Vaccari è vincente e travolge grazie ai dialoghi e alla strepitosa bravura degli attori; fra loro, anche il doppiatore Felice Invernici
Lo spettacolo “Uomini e Topi” diretto da Marco Vaccari andato in scena fra 22 e 24 Marzo 2024 al Teatro San Babila di Milano, interpretato dall’omonima Compagnia è un perfetto adattamento del famoso romanzo del 1934 dell’autore americano John Steinbeck. Il perché è presto scritto: Vaccari porta a teatro una riuscitissima scelta registica e sinergica fra scenografia, luci, ambientazione realistica nell’essenza spoglia e straordinaria capacità di ogni singolo attore. Ben reso è anche il parallelismo visivo tra pali, legni e ferri e la gabbia per roditori, immediato richiamo al titolo. La scenografia, infatti, si adatta, si modula e si rimodula, sfruttando ogni potenziale offerta di plasmarsi, senza mai cambiare nella sua linea povera ed essenziale primaria. Allo stesso modo, simbolicamente riflette l’esistenza umana dei protagonisti dell’opera, che sfruttano, vengono sfruttati, cercano evasione, si rimodulano e offrono nuove parziali immagini di sé, ma essenzialmente rimangono i medesimi. Intrappolati in schemi e sovrastrutture sociali difficili se non impossibili da eludere. Questo almeno per la maggior parte di loro.
La trama
La storia è ambientata durante gli anni della Grande Depressione Americana vicino al fiume Salinas. La scena si apre su un angolo che rimanda a uno stagno dove si ritrova una coppia di braccianti, amici fraterni, che sono fisicamente, nonché caratterialmente, opposti fra loro. George Milton (Leonardo Moroni), asciutto, riflessivo e arguto, e Lennie Small (Jacopo Sartori), un uomo grande e affetto da disabilità psichiche, estremamente e puerile, gentile e buono. George teme per le azioni e la sorte dell’amico, che è purtroppo incapace di controllare la propria forza, tanto da uccidere anche le creature che ama, come cagnolini e i topi del titolo. La storia è ambientata durante gli anni della Grande Depressione Americana vicino al fiume Salinas. La scena si apre su un angolo che rimanda a uno stagno dove si ritrova una coppia di braccianti, amici fraterni, che sono fisicamente, nonché caratterialmente, opposti fra loro. George Milton (Leonardo Moroni), asciutto, riflessivo e arguto, e Lennie Small (Jacopo Sartori), un uomo grande e affetto da disabilità psichiche, estremamente e puerile, gentile e buono. George teme per le azioni e la sorte dell’amico, che è purtroppo incapace di controllare la propria forza, tanto da uccidere anche le creature che ama, come cagnolini e i topi del titolo. La storia è ambientata durante gli anni della Grande Depressione Americana vicino al fiume Salinas. La scena si apre su un angolo che rimanda a uno stagno dove si ritrova una coppia di braccianti, amici fraterni, che sono fisicamente, nonché caratterialmente, opposti fra loro. George Milton (Leonardo Moroni), asciutto, riflessivo e arguto, e Lennie Small (Jacopo Sartori), un uomo grande e affetto da disabilità psichiche, estremamente e puerile, gentile e buono. George teme per le azioni e la sorte dell’amico, che è purtroppo incapace di controllare la propria forza, tanto da uccidere anche le creature che ama, come cagnolini e i topi del titolo. La storia è ambientata durante gli anni della Grande Depressione Americana vicino al fiume Salinas. La scena si apre su un angolo che rimanda a uno stagno dove si ritrova una coppia di braccianti, amici fraterni, che sono fisicamente, nonché caratterialmente, opposti fra loro. George Milton (Leonardo Moroni), asciutto, riflessivo e arguto, e Lennie Small (Jacopo Sartori), un uomo grande e affetto da disabilità psichiche, estremamente e puerile, gentile e buono. George teme per le azioni e la sorte dell’amico, che è purtroppo incapace di controllare la propria forza, tanto da uccidere anche le creature che ama, come cagnolini e i topi del titolo.
Per questo, fin da subito gli mostra il luogo dove, se dovesse accadere mai loro qualcosa, si dovrà rifugiare. Il piano dei due è trovare un piccolo ranch dove poter allevare animali e lavorare la terra, in maniera onesta fra e per loro; pertanto non più schiavi di avidi signori terrieri a sfruttarli. Al grande Small, (nome volutamente scelto dall’autore come antifrasi, a evidenza della contrapposizione esistenziale, talvolta grottescamente triste, della fragilità umana spesso in conflitto con le apparenze), il piccolo George ha promesso la possibilità di occupare di “polli, maiali, e conigli”. Questi sa che Lennie, contraddistinto da grande sensibilità, attrazione per la morbidezza (in particolare di topolini di campagna), teso ad accontentarlo, pur con le sue richieste e atteggiamenti infantili, è infatti una potenziale grande risorsa per chiunque voglia assumerlo. Ciò, grazie al suo essere forte e instancabile. Per realizzare il loro sogno di riscatto sociale, poi rivelatasi utopia, devono racimolare una cifra cospicua così da acquistare una casetta con terra già avvistata. Quella aspirazione è ciò che rende loro meno dolorosa la vita come mere forza lavoro, considerati senza identità funzionali altre che esse stesse. Milton si dimostra a tratti un po’ insofferente all’idea di sopportare Lennie e le sue bizzarrie, ma è consapevole dell’importanza del condividere una vita non in solitudine. Perciò, pur riprendendolo come un fratello maggiore e un padre per molti versi, lo difende costantemente. Si scoprirà poi che stanno scappando perché l’incompreso Lennie, in maniera goffa e involontaria, aveva infastidito una donna di un’altra città e rischiato il linciaggio per molestie. Il cammino in campagna li porta insieme, ad una fattoria dove cercare un lavoro. Nonostante le reticenze e le antipatie, i due vengono assunti. Si conoscono via via gli altri personaggi, non più solo sagome lontane. Questi sono tutti più vecchi rispetto a loro, ma non per questo più saggi. Si rivelano, anzi, più viziosi, meno risucchiati da grettezza, cupidigia, egoismo, spiegato forse dal timore di perdere un ruolo e, di conseguenza, il modo per sopravvivere. I caratteri sono in netto contrasto con l’innocenza e l’iniziale virtuosa saggezza e ricerca di controllo del protagonista Milton. Si tratta di lavoratori e signore della terra. Il più rissoso è proprio suo figlio Curley, dal quale George cerca di salvaguardare il compagno. Slim, il capo operaio è colui che mostra vera empatia verso Lennie, riconoscendone la bontà; è essenziale all’opera perché perderà il compagno più fidato, al quale dona la dignità della morte con un colpo di pistola fuori scena. A seguito di ciò, un cucciolo sarà affidato a Lennie. Ci sono gli altri, funzionali a comprendere la desolazione sociale che porta a quella umana. C’è fra loro anche un ragazzo di colore, costretto a vivere in una stanza separata rispetto agli altri, con una passione per la lettura. È il primo che, come risposta al razzismo subito, applica una forma discriminatoria verso i bianchi. Tuttavia, inizia a diventare più amicale verso i protagonisti, comprendendo che Lennie, nella sua grossola essenza, è capace di accettarlo per ciò che è. C’è anche la giovane moglie di Curley, dalla quale George, così come evita quasi del tutto di giocare con i ferri o spendere i suoi piccoli risparmi in alcol e prostitute, comprende di dover guardare se stesso e l’amico ingenuo. Lo stesso fa Slim, che li mette a conoscenza della sua ricerca di attenzioni degli uomini presenti. Per noia o malcelata solitudine e insoddisfazione col marito. Una sera George accetta di andare a festeggiare con i compagni, e si raccomanda l’amico di non fare nulla e badare al cagnolino. Purtroppo, il cucciolo muore per la troppa foga, e cerca di coprire la verità per timore di una reazione e il rimprovero di George. La donna, insofferente alla gelosia del marito e alla scarsa considerazione di loro e in particolare di George, per dispetto civetta col grande Lennie, che rimane colpito dai suoi capelli. Quando lei però nota le potenziali (ma verosimilmente) smaliziate intenzioni di quest’ultimo e cerca di scoprire cosa stia nascondendo (il cucciolo ormai morto), lui finisce per soffocarla. Esattamente come con gli animaletti. Per salvare l’amico ormai senza scampo da lapidazione e sorte terribile, George, appena compresa la possibilità di tragedia, nega di sapere dove possa essere fuggito. Nel frattempo, lo raggiunge nel luogo dove gli aveva spiegato di andare in caso di pericolo fin dalla scena iniziale. Allo stesso modo del vecchio con il vecchio cane, George è consapevole che la loro è stata utopia, ciononostante si promettono che avranno una casa tutta loro, con animaletti dei quali Lennie si prenderà cura. Così, mentre si narra nuovamente della loro umile ambizione, gli spara con un colpo netto alla nuca, tenendolo stretto e abbracciato a sé, fino al silenzioso calo del sipario.
Il senso ultimo della vita
La trama è ricca di spunti, trasposti anche in chiave quasi comica, dal finale amaro. Il contesto di quell’America così gravemente colpita finanziariamente che si rifà sulle spalle dei lavoratori, utilizzati al pari di strumenti per finalizzare il proprio mestiere, è uno spaccato che colpisce e stordisce. In particolare se confrontato con alcune realtà tuttora indegnamente presenti. La considerazione esistenziale di Steinbeck è che non esiste padrone che non sfrutti il suo “animale umano”, e che quello stesso sia schiavo impossibilitato a modificare la propria condizione. In questa dinamica di “terra desolata” (per rifarsi a un’altra straordinaria opera letteraria), dove gli uomini, tutti, chi subisce e chi umilia, sono razzisti, individualisti, emarginati, subissati dall’oppressione dei ricchi potenti e prepotenti, la condivisione pura dell’affetto si rivela chiave esistenziale. Accade per i protagonisti, accade per il vecchio col suo ugualmente vecchio cane. L’esistenza dell’uno assume un valore se rapportata a e vista in prospettiva ad un altro individuo. Nonostante tutto, un modo per rendere meno difficile questo è il rapporto con gli altri, che solo in pochissimi casi diventa non solo compagnia, ma profonda amicizia. Nonostante a volte George bofonchi verso le stramberie di Lennie, sa che la vita, quel quotidiano di vita, rappresenta un fardello (qui astratto e non fisico come quelli che sono costretti a caricare e scaricare) più leggero quando condivisa con un altro accanto. Lo straziante finale dove i vinti non hanno modo di riscattarsi. Forse, la sola alternativa al dolore di vivere è il sogno. Ma quando quel sogno, strumento di sopravvivenza in un’esistenza dove l’individuo è degradato quale espletamento di una funzione lavorativa, e quello stessi sogno si spegne poco a poco, la sola liberazione è la morte. Che assume valore sacrificale: Lennie muore a causa del suo errore di ingenuità e distacco dalla realtà, confortato idealmente dalle braccia dell’amico. Questo triste evento permette, pur con grande rammarico e scelta dolorosa, la liberazione da quel mondo così malvagio verso le persone diverse, candidi illusi, e quella del più assennato Milton. Forse slegato dalla responsabilità verso l’amico, potendo ora spostare il sogno di uno spazio suo, un suo pezzo di terra. In un’accezione più positiva, piò finalmente non doversi più occupare, suo malgrado e con grande bonarietà, di quell’amico che a tratti diveniva tanto ostacolo e costante pensiero per sé quanto grande amicizia e compagnia in una vita di solitudine e poche soddisfazioni come quella dei braccianti. Non si può tuttavia eludere l’altra ipotesi dall’accezione più negativa della scelta di sparare all’amico in un contesto dove la fuga avrebbe forse potuto evitare tale epilogo. Per Milton, ormai, Small è divenuto, in qualche modo, un peso, ostacolo alla realizzazione della sua aspirazione di avere un proprio pezzo di terra dove lavorare con dignità e per sé. Ecco che nel momento di trambusto e scoperta della morte della donna strangolata dal gigante, nega ogni coinvolgimento con lui. Quasi lo rinnega, benché in parte ciò accade per poterlo raggiungere per primo e “salvarlo” da quello stesso mondo che lo considera così reietto. Ciò accade sì, a fronte di un omicidio (reato di cui egli stesso, uomo retto e lacerato, nel suo caso conscio, si macchia), ma anche a seguito di nuovi compagni pronti a investire e condividere quella chimera e, idealmente, una nuova parte di vita insieme. E tutto questo, reale o ideale, diviene metafora tuttora estremamente contemporanea.
Gli attori della Compagnia San Babila
Fra tutti, spiccano i due protagonisti: Leonardo Moroni, meraviglioso nel ruolo di George, e Jacopo Sartori, che interpreta il gigante ingenuo Lennie. Nello spettacolo (parte fondante della Compagnia stessa),recita anche con enorme e navigatissima maestria “il nostro” Felice Invernici. Brani corali, momenti più intensi e dialoghi serrati, caratterizzati da una terminologia molto attuale, complice Il finale è struggente e la recitazione, quel lunghissimo abbraccio svela tutta la complicità e il dolorosissimo epilogo per George/Leonardo, affranto da una decisione non gradita ma necessaria (traducibile con “il male minore”) e la consapevolezza di una verosimile, rinnovata solitudine. Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, la scenografia è di Francesco Fassone, che sapientemente sfrutta tutta la potenza evocativa dell’impianto luci cupe di Stefano Gorreri. Apparentemente spoglia -come spogliata dell’umanità stessa è la vita dei personaggi- è costituita da travi, assi, e panchetti che cambiano grazie ad un azionamento meccanico, divenendo di volta in volta esterni e interni essenziali allo svolgimento della trama e ai momenti più o meno intensi fra i personaggi ricchi di pregiudizi. Tutti, tranne e fino in fondo, Small, il solo capace di trovare e insegnare la bellezza in ogni creatura. Ma incompreso, e destinato a soccombere esattamente come le creature molto più piccole e indifese. Come, in fin dei conti, è lui, benché l’amico George sia sempre stato pronto a proteggerlo e sostenerlo.
Felice Invernici e l’evento annuale del G.A.T.a.L a Seveso
Felice, che è anche celebre doppiatore, sarà il direttore ed esperto regista, insieme all’insegnante musicale Nadia Gaffurini dell’Evento con Laboratorio organizzato da G.A.T.a.L (Gruppo Attività Teatrali amatoriali Lombardia) a Seveso (MI) che si svolge ogni anno, per riunire i membri delle Compagnie ad esso affiliate, che avrà luogo nei weekend di 5-6 e 19-20 Ottobre p.v. L’occasione è una crescita nella propria esperienza filodrammatica e umana, di grande condivisione, ricerca, sfida e apprendimento. Ciò, grazie al duo che dirige un lavoro di cooperazione, suggerimento e lezione di professionismo anche a filodrammatici che si avvicinano all’esperienza amatoriale nel mondo del teatro per le prime volte. Il programma prevede provini e studio per attori e cantanti, da mostrare poi ai registi che prepareranno con Invernici e Gaffurini un lavoro preparatorio alla resa scenica durante le giornate di laboratorio.
(Per info: www.gatal.org )
Veronica Fino





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